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John Zerzan
John Zerzan

L'anarco-primitivismo è una delle tre correnti, insieme all'ecologia sociale e all’ecologia profonda, dell'anarchismo verde. Gli anarco-primitivisti, come suggerisce il nome, rifiutano radicalmente la società industriale, poichè viene considerata la fonte principale delle diverse forme d'alienazione che gravano sulla libertà umana, auspicando un ritorno a una società pre-moderna e pre-industriale.[1]

Origine e influenze

Il primitivismo ha subito notevoli influenze dal situazionismo europeo di cui condivide le analisi sul lavoro alienante, sulla tecnologia, la spettacolarizzazione della società che sfrutta la separazione tra realtà e rappresentazione e l’urbanizzazione delle città.

Altri elementi d’analisi del primitivismo riguardano sia la scoperta dell’agricoltura che il concetto di sovrappopolazione, ritenuti entrambi come fattori da cui sono scaturiti la gerarchia e successivamente lo Stato.

Oltre al situazionismo altre influenze sono arrivate, negli "anni 70", dalla rivista della costa occidentale americana «Live wild or die» ("Vivi selvaggio o muori") e da quella di Detroit, «Fifth estate». Quest'ultima rivista era diretta da George Bradford, il quale riteneva necessario la tribalizzazione dell’anarchismo oltre che il rifiuto della tecnologia. Su questo tema ci fu una vivace discussione con Murray Bookchin, il quale sosteneva che la tecnologia avrebbe potuto aiutare la società umana ad eliminare alcune incongruenze, contrariamente a Bradford che la rifiutava in toto.

Concetti primitivisti: confronto tra diverse posizioni

John Zerzan vs. Riane Eisler

Gli anarco-primitivisti auspicano un ritorno alla società pre-industriale, vista come un'organizzazione antesignana dell'anarchismo nei suoi elementi caratteristici di mutuo appoggio. Essi vedono nell’abbandono del metodo di sussistenza basato sul lavoro dei cacciatori-raccoglitori la causa della fine dei valori egualitari (sociali, economici e politici). L'industrialismo di matrice indoeuropeo e l'inizio del "progresso" modernista, sono considerati come la causa principale dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo e dell'uomo sulla natura ed è anche la chiave del sistema capitalistico, strutturato in un sistema di potere centralizzato e gerarchico, che non può sussistere senza genocidi, distruzioni, colonialismo e repressione.

Molti di loro, come John Zerzan, ritengono che tali valori albergassero nelle culture nomadi e che il sedentarismo e la scoperta dell'agricoltura abbiano introdotto i germi della società del dominio.[2]

Contrariamente a quanto pensa Zerzan, secondo altri approcci che si rifanno agli studi di Marija Gimbutas e Riane Eisler la scoperta dell'agricoltura, e il conseguente sviluppo delle civiltà sedentarie, non hanno comportato lo sviluppo di strutture gerarchiche e autoritarie, visto che erano fondate sul culto egualitario della Dèa Madre, sulla pace e il rispetto della natura, tutti valori tipici delle cosiddette società gilaniche. Sarebbero stati proprio il nomadismo ancestrale dei popoli Kurgan, cioè coloro che soppiantarono violentemente i gilanici, invece a comportare lo sviluppo di concetti quali la proprietà, le grandi urbanizzazioni concentriche (una volta che abbandonarono per sempre il nomadismo), il disboscamento di foreste e la fine dei culti alla natura, il dominio patriarcale, l'autorità, i sistemi gerarchici/castali e piramidali.

La posizione di Jered Diamond

In realtà bisognerebbe distinguere tra due differenti tipi di nomadismo: tra quello primitivo dei cacciatori-raccoglitori e la sua evoluzione storica, quello dei pastori-guerrieri come lo sono stati i Kurgan (i primi ad aver addomesticato il cavallo). Inoltre a dire il vero, più che imputabile ad un unico sistema produttivo o modello sociale che avrebbe soppiantato un altro, è probabile che l'abbandono del modello egualitario gilanico sia avvenuto, sì sotto la spinta dei popoli nomadi, ma non senza far proprie, da parte dei popoli sedentari, le strutture gerarchiche dei popoli nomadi di pastori-guerrieri.

Come mostra Jered Diamond in Armi, acciaio e malattie lo sviluppo dell'agricoltura ha offerto il vantaggio dell'accumulo di cibo e calorie e quindi la possibilità di sfamare più facilmente un numero maggiore di persone rispetto al modello nomade (sia cacciatore-raccoglitore che pastorale). L'egualitarismo iniziale dei popoli sedentari è quindi la logica conseguenza di questo vantaggio tecnologico. Naturalmente questo vantaggio ha permesso ai modelli egualitari di prosperare solo finché quelle scorte di cibo non sono state messe in pericolo dall'avanzata di altri gruppi umani. Ma sarebbe bene dire che i conflitti tra nomadi e sedentari, storicamente, sono stati più che altro dettati dalle opposte necessità produttive legate allo sfruttamento dei territori (là dove passa il bestiame non è più possibile fare un raccolto) più che alla innegabile cultura guerriera dei primi rispetto ai secondi. Per questo è bene ricordare che la diatriba storica tra nomadi e sedentari non può essere ridotta ad una diatriba tra popoli guerrieri e popoli pacifici, tra popoli non rispettosi della natura e popoli "ecologisti". Ne sia un esempio il disboscamento di foreste. Non sono solo gli agricoltori ad abbattere alberi, ma anche i popoli nomadi (a parte quelli dei cacciatori-raccoglitori) che spesso sono allevatori di bestiame e che hanno bisogno di grandi praterie per i loro animali (e pertanto di sottrarre foresta). La conseguente riorganizzazione gerarchica delle civiltà agricole è da vedersi quindi come una risposta dettata da ragioni di organizzazione militare e di difesa delle scorte di cibo, più che all'imposizione di un modello nomade guerriero-pastorale su quello sedentario. La riorganizzazione in termini gerarchici delle civiltà agricole si è poi rivelata, da un punto di vista che fa sue le logiche di supremazia e di forza bruta, storicamente vincente (anche se con momenti di ribaltamento di fronte basti pensare a Gengis Kahn) vista la quasi totale estinzione dei popoli nomadi dal pianeta. Ne sia un esempio simbolico la quasi scomparsa dei guerrieri nomadi Navajo dal continente americano operata dai "pacifici" pionieri contadini statunitensi.

Decalogo sintetico del primitivismo
  • Critica della cultura simbolica
  • Rifiuto dell'addomesticamento della natura (grosse aziende agricole e allevamenti intensivi)
  • Rifiuto del patriarcato[3]
  • Rifiuto della gerarchia [3]
  • Critica alla divisione e specializzazione del lavoro
  • Rifiuto della scienza moderna
  • Critica alla tecnologia
  • Rifiuto dell'industrializzazione
  • Rifiuto della società di massa
  • Difesa della rivoluzione come mezzo di cambiamento sociale.
Correnti di pensiero primitiviste

I pensatori primitivisti che si rifanno a questa filosofia si differenziano, anche profondamente, nelle analisi delle cause e dei problemi della civilizzazione e nel fine ultimo che si propongono di raggiungere.

Una delle piu' famose correnti primitiviste è stata rappresentata da intellettuali statunitensi come H.D.Thoreau, autore tra l'altro di Walden, vita nei boschi.[4]

Alcuni, come per esempio Theodore Kaczynski (il quale però non si è mai sentito parte integrante del movimento primitivista, anzi ne è fortemente critico), conosciuto anche come l'Unabomber americano, vedono nella rivoluzione industriale il problema primo della civilizzazione (da qui l'idea di distruggerla), altri invece si concentrano maggiormente sulle conseguenze dell’invenzione della scrittura, sull passaggio dal politeismo al monoteismo, sui nefasti effetti dello sviluppo del patriarcato ecc.

John Moore vede la civilizzazione come il luogo in seno al quale si sono coagulate le varie forme d’oppressione che hanno distrutto i valori della civiltà preindustriale. Moore non auspica un ritorno alla vita selvaggia ma un ritorno ai valori solidali delle società preindustriali (mutuo appoggio).

Lo psicologo Paul Shepard, influenzato dall’antropologo Claude Levi-Strauss, sostiene che la scoperta dell’agricoltura ha comportato lo sviluppo di comportamenti innaturali a carattere patologico, tipici delle specie che vengono poste al di fuori del loro habitat naturale. Nel suo Nature and Madness, egli sostiene la necessità di ritornare alla natura affinchè possano essere curati anche i disagi individuali e sociali, risultato dell'allontanamento degli esseri umani dal loro habitat naturale. Shepard è considerato un pioniere dell'ecopsicologia, una dottrina che relaziona psicologia ed ecologia.

Un’altra opera molto importante per lo sviluppo di questo pensiero è stata l’opera di Bob Black intitolata L’abolizione del lavoro (1985) in cui il lavoro è visto come un mezzo di controllo sociale.

John Zerzan, uno degli editori di Green Anarchy (fondato nel 2000), nonché uno dei pensatori più conosciuti nell’ambito del primitivismo, si sofferma sull’analisi dell’addomesticamento figlio dell'industrializzazione forzata che reprime gli istinti naturali dell’uomo, i quali potranno liberarsi solo dal collasso della civiltà industriale. Da sottolineare che l'organizzazione afro-americana denominata MOVE, fondata a Filadelfia nel 1972, ha avuto notevoli affinità con i principi dell'anarco-primitivismo.

Riassumendo:

Alcuni pensatori vedono il primitivismo come un ritorno alla vita primordiale fatta di caccia, raccolta e nomadismo. Altri invece vedono in questa filosofia solo un “modello culturale” da prendere come punto di riferimento, in cui prevalgono la mutua collaborazione e l’egualitarismo.

Anche gli anarchici tradizionali hanno approcci diversi al primitivismo: alcuni rifiutano questa visione della civilizzazione, altri pur non definendosi primitivisti accettano alcune delle loro analisi, in particolare quelle riguardanti la gerarchia e l'autorità.

La questione sanitaria

Benché su quest’argomento non abbondi la documentazione, esiste una singolare concezione della scienza medica che appartiene a quella corrente molto particolare dell'anarchismo che è l’anarco-primitivismo. Nonostante i primitivisti rifiutino la civilizzazione e le istituzioni come strumento di controllo, di dominio e di domesticamento, la loro concezione della sanità non può essere definita “medicina sociale”. La divisione e la specializzazione del lavoro, vengono visti, da questa corrente dell’anarchismo, all’origine dell’ineguaglianze sociali e della perdita delle peculiarità specifiche di ogni essere umano. Come mezzo di emancipazione dalle strutture di potere a dall’industria sanitaria, essi propongono l'autonomia, lo sviluppo della propria consapevolezza e l’ascolto del proprio corpo, in modo da trovare il giusto equilibrio corporeo e mentale; essi propongono in sostanza di divenire sciamani di noi stessi.

Gli anarco-primitivisti auspicano l’utilizzo di metodi naturali e\o erboristici per meglio curare le malattie. E’ necessario metter fine alla società dei consumi e all’industria farmaceutica, decentralizzando le cure sanitarie e utilizzando maggiormente le risorse locali (bioregionalismo). A questo proposito bisogna ricordare che lo sviluppo del sistema capitalistico ha determinato la diminuzione della biodiversità vegetale e animale.

Per i fautori di questo radicale pensiero ecologista, il ritorno alla natura, vivendo direttamente nei boschi o semplicemente riavvicinandosi alla stessa, non potrebbe che avere un impatto positivo sulla nostra salute psichica e fisica. Lo sviluppo di una vera etica ecologista aiuterebbe a migliorare le condizioni di vita comunitaria. D'altronde anche l’ecopsicologia, per esempio, ben descrive la sinergia indissolubile tra il benessere umano e quello del pianeta.

Note

  1. Approfondimenti: patriarcato, Intervista a Marija Gimbutas e Stato.
  2. Si legga a tal proposito l'Intervista a John Zerzan
  3. 3,0 3,1 Il patriarcato e la gerarchia nascono con la fine della società gilaniche e l'inizio della civiltà imposta coercitivamente dai popoli Kurgan. Non tutti i primitivisti però accettano quella che ormai viene appurata come verità storica incontrovertibile. Alcuni (vedi John Zerzan) ritengono ancora che patriarcato e gerarchia siano nati con la scoperta dell'agricoltura ...
Tag(s) : #correnti anarchiche

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